Università d’Estate di San Marino, XXI Corso – 22-23 luglio 2016

Con il patrocinio e il contributo della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri e Politici della Repubblica di San Marino
Tra gli sponsor ricordiamo: Edizioni Il Cerchio, Associazione Pentesilea, Associazione Identità Europea
Segnaliamo in particolare la relazione del Direttore del Dipartimento di Studi storici del Centro studi internazionale Dimore della Sapienza, dott. Paolo Rada, venerdi 22 luglio, dal titolo:   Islam Europeo, quale antidoto all’arabizzazione e alla xenofobia

 

Università d’Estate di San Marino

XXI Corso – 22-23 luglio 2016
San Marino  – Repubblica di San Marino (RSM)
Sala SUMS – Via Piana 1, San Marino Città
“Identità e memoria”:
Una terza guerra mondiale a bassa intensità?
La nuova centralità dello spazio euro-mediterraneo.
Il ruolo dell’Europa e dei Piccoli Stati
22 Luglio 2016 ore 15.30
Apertura dei Lavori – Saluti Istituzionali.
S.E. Mons. Andrea Turazzi, Vescovo della Diocesi di San
Marino-Montefeltro
On. Pasquale Valentini, Segretario di Stato per gli Affari
Esteri, Rep. di San Marino.
I Sessione
Ore 16,30
L’Europa dei trattati è in crisi: l’Europa necessaria.
Moderatore: prof. Adolfo Morganti, vice-presidente
Fondazione Paneuropea Sammarinese
Prof. Giovanni Brizzi, Università di Bologna
“Grande patria e piccole patrie: Roma un esempio
per l’oggi?
Prof. Alessandro Voglino, Università La Sapienza-Roma
“ L’Europa muore di sovranità (della mancanza di
quella politica e quindi dell’eccesso di quella
economica)”
Dott. Paolo Rada, Ass. “Dimore della Sapienza”
“Islam Europeo, quale antidoto all’arabizzazione e
alla xenofobia”
II Sessione
23 Luglio ore 9.30
Eurabia, EurATO, Eurasia. Prospettive strategiche
per il nostro futuro.
Moderatore: Dott.Marcello Ciola, Identità Europea
Dott. Federico De Renzi, Turcologo, Roma
La Nuova Turchia. Un paese in Guerra?”
Prof. Andrea Marcigliano, Senior Fellow del Think Tank
“Il nodo di Gordio”“Il nuovo grande gioco nel cuore
del mondo. L’Asia centrale come groviglio di
tensioni globali”
III Sessione
23 Luglio ore 15.00
Lo spazio balcanico-mediterraneo e l’Europa oggi –
Progetto Koiné adriatica III
Moderatore: dott. Claudio Giovannico, Identità
Europea
Prof. Adolfo Morganti, Fondazione Paneuropea
Sammarinese: “Introduzione”
S.E. Antun Sbutega, Ambasciatore del Montenegro
presso la Repubblica Italiana e la Repubblica di San
Marino:
“I Balcani Occidentali tra Europa, Russia e
Mediterraneo”
Prof. Laris Gaiser, Università Cattolica di Milano:
“Balcani: il presente, il passato ed il futuro
dell’Europa

Il califfato perde in casa e si vendica in trasferta

 

Gli attentati in Bangladesh, che ci colpiscono da vicino per via della perdita di nostri connazionali, segnano una nuova escalation del terrore globale di matrice islamico-wahabita, a pochi giorni dagli attacchi all’aeroporto Ataturk di Istanbul. Ciò avviene in concomitanza con delle dure sconfitte per il califfato dell’ISIS guidato dal nuovo sceicco del terrore, Abu Bakr al-Baghdadi, ormai neo-sovrano del terrorismo islamico a livello mondiale.

Infatti recentemente l’esercito iracheno ha liberato la città di Fallujah, a ovest di Baghdad, una delle roccaforti irachene dell’ISIS e del fondamentalismo islamico in Medio Oriente. Questa dura batosta sembra aver radicalizzato lo scontro tra i miliziani più intransigenti che, per via dell’impotenza di mantenere le posizioni al centro del loro impero virtuale, in Iraq, ma anche in Siria, dove se è vero che Raqqa rimane in mano all’ISIS, è anche vero che il trend dell’ultimo anno è stato un ridimensionamento della formazione di al-Baghdadi, e gli sponsor diretti e indiretti del califfato internazionale.

La amara verità è che più l’ISIS subirà sconfitte in Iraq e Siria, più i miliziani intransigenti vorranno “vendicarsi” rispetto ai loro sponsor, accusati di non sostenere a dovere la causa jihadista. Non è un caso che sia stata colpita la Turchia (membro NATO), che ha ampiamente, come ammesso dallo stesso Biden tempo fa, sostenuto il califfato virtuale, cercando di cavalcarne l’espansionismo per indebolire i governi centrali di Damasco e Baghdad.

In fondo anche gli attacchi in Bangladesh sono stati realizzati in un contesto in cui gli uomini forti del terrorismo islamico-wahabita del paese musulmano asiatico sono stati veterani del conflitto siriano, tornati recentemente in patria per promuovere il jihad a casa propria.

Che fare dunque, visto che a una sconfitta o forte ridimensionamento, come sta effettivamente avvenendo, del califfato nel suo epicentro, in Iraq e Siria, i jihadisti tornano a casa per continuare la loro guerra santa?

Cosi come stanno le cose l’impresa è molto difficile, anche perché è molto più semplice colpire i terroristi in un teatro di guerra, che non in un paese apparentemente in stato di pace. Qui il jihadista è perfettamente mescolato nella popolazione, e non è possibile oggettivamente un controllo capillare del territorio.

E’ possibile però sapere con certezza chi è stato a combattere nei teatri di guerra principali, ovvero dal 2011 in Siria o zone limitrofe. Visto che il contesto siriano degli ultimi anni è stato l’Afghanistan del XXI secolo, ovvero il paese dove si è concentrato il maggior numero di miliziani, bisognerebbe, nel limite del possibile, creare una zona cuscinetto per tentare di isolare il più possibile i terroristi dal resto del mondo (occidentale).

In passato la CIA scelse il Pakistan come paese dove far transitare l’internazionale del terrore islamico, e proprio in questo paese si sono concentrati gli attacchi “collaterali” dei terroristi, sia le reazioni americane o di altri attori. Questa volta la nuova vittima sacrificale potrebbe essere la Turchia, che pagherebbe cosi a carissimo prezzo l’avventurismo di Erdogan in Medio Oriente. Il problema per noi è che al contrario del Pakistan, la Turchia confina con l’Europa, e anche un “cordone sanitario” in Anatolia potrebbe non essere sufficiente per difenderci dal terrorismo islamico-wahabita, come ultima carta da giocare per una exit strategy rispetto al pantano siriano e iracheno.

I confini iraniani sono (quasi) sigillati, a sud ci sono l’Arabia saudita e gli emirati del Golfo Persico, per motivi strategici e geo-economici non è praticabile il loro coinvolgimento nel caos regionale; la Giordania ha un lungo confine con la Cisgiordania, Israele sicuramente non gradirebbe il caos fondamentalista in quell’area. Il piccolo Libano è già di fatto coinvolto parzialmente nella situazione e l’unico paese dove i terroristi possono essere circoscritti in caso di fuga massiccia da Siria e Iraq (pensate cosa accadrebbe se entro fine anno, dopo Fallujah, cadesse anche Musul: ci sarebbe il fuggi fuggi generale dell’internazionale islamista, o in Siria, o in Turchia, altre vie non ve ne sono) è la Turchia di Erdogan, il quale, non a caso, prevedendo il piano occidentale di far diventare il suo paese il Pakistan dei giorni nostri, cerca in extremis di avvicinarsi all’ala protettrice di Putin. Ma forse, purtroppo per lui, per il suo popolo, e anche per noi europei, è un po’ tardi.

La speranza quindi è che i terroristi possano avere più perdite possibili nell’epicentro del loro califfato virtuale, in Siria e Iraq, altrimenti ogni combattente che torna a casa sano e salvo, in Turchia, nel Caucaso, nel Bangladesh, ma anche in Europa, è un potenziale kamikaze in qualche ristorante o aeroporto.

Certo, rimane sempre un’altra opzione, cosa che parallelamente i servizi occidentali stanno portando avanti da un po’ di tempo, ovvero far confluire quelli dell’ISIS (organizzazione che in Iraq e Siria si muove verso lo sfascio totale) verso altre sigle o altri gruppi (Ahrar Al Sham, Al Nusra, Jaish al-Islam, ecc…) sperando nel loro reimpiego nello stesso scacchiere, magari ad Aleppo.

Come si evince lo scenario è molto complesso e ci sono molte variabili: l’unico dato certo è che nel grande gioco della geopolitica e degli scontri in atto a livello internazionale, la sofferenza degli individui e delle famiglie dei sopravvissuti sembra drammaticamente decadere in secondo piano.

Tradotto e pubblicato in lingua spagnola il libro “Giustizia e spiritualità”, saggio sul pensiero politico di Ahmadinejad

Si segnala la pubblicazione in Spagna del libro “Giustizia e spiritualità. Il pensiero politico di Mahmoud Ahmadinejad” (Anteo Edizioni, 2013) di Ali Reza Jalali e Sepehr Hekmat presso la casa editrice iberica Hiperbola Janus (2016) con introduzione di Santiago Gonzales.

 

 

Titolo: “Justicia y Espiritualidad: El pensamiento político de Mahmud Ahmadineyad”. 

El ex-presidente iraní Mahmud Ahmadineyad (Aradan, Irán, 1956) ha sido, sin lugar a dudas, uno de los principales protagonistas de la política internacional durante la primera década del siglo XXI. Gracias a su nueva forma de hacer política, y en acuerdo a las tradiciones islámicas y unos principios y valores que han marcado una nueva línea en la política de su país, Irán ha vuelto a situarse en la encrucijada de los acontecimientos internacionales de los últimos años. Su forma de hacer política, sus discursos, sus alianzas con países iberoamericanos, su intransigencia y oposición ante las políticas norteamericanas y cualquier forma de colonialismo en el territorio iranio, han generado multitud de opiniones y reacciones en todo el mundo. Pero para entender el origen de su gobierno y las ideas que lo han guiado es necesario conocer las raíces del Islam chiita, que es donde se encuentran radicados los principios de «Justicia» y «Espiritualidad», que dan título a la presente obra y definen los puntos de referencia fundamentales seguidos por Ahmadineyad, tanto en Irán como en el exterior. Del mismo modo no conviene olvidar que dio sus primeros pasos en la escena política con la irrupción de la Revolución Islámica en 1979, y considerándose un continuador de la vía trazada por el Ayatolá Jomeini.

CONFINI E MURI, il nuovo numero della rivista di geopolitica EURASIA

 

È uscito il numero XLII (2-2016) della rivista di studi geopolitici “Eurasia” intitolato:

CONFINI E MURI

Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve riassunto di ciascuno di essi.

 

 

EDITORIALE

CONFINI E MURI di Claudio Mutti

 

 

DOSSARIO:  CONFINI E MURI

 

SOFFOCARE LA PALESTINA NON SALVERÀ “ISRAELE” di Alessandra Colla

Dopo Gaza, tutta la Cisgiordania rischia di diventare un’immensa prigione a cielo aperto: la politica dei muri che Israele sta perseguendo da anni trasformerà la Palestina occupata in un complesso di bantustan senza nessuna possibilità di riscatto. La comunità internazionale potrebbe cambiare le cose, se fosse libera dai condizionamenti ideologici e se sapesse leggere la Storia.

 

IL MURO DI CIPRO di Aldo Braccio

Nel cuore del Mediterraneo, fra mondo greco e mondo turco, un confine di 180 chilometri perpetua una separazione che nel suo aspetto conflittuale trova origine nel 1878: fu da allora che gli interessi coloniali britannici operarono per favorire l’instabilità di Cipro, funzionale al dominio di Londra. L’articolo rappresenta sinteticamente i passaggi storici e la realtà attuale di un Paese ancor oggi privo di un’identità unitaria e diventato simbolo della condizione di instabilità e di divisione che attraversa il Mediterraneo. 

 

I CONFINI INVISIBILI DELL’IRAN di Ali Reza Jalali

L’Iran, pur essendo uno dei pochi Stati mediorientali a vantare un’esistenza secolare come entità statuale autonoma ed unitaria, rimane pur sempre un paese composto da una moltitudine di etnie e gruppi linguistici. Questa diversificazione interna ha dato vita ad una serie di confini invisibili interni all’attuale Repubblica Islamica, segnando i punti in cui i vari ceppi etnici vengono a contatto tra loro. Tale ricchezza di culture, di lingue e di tradizioni interne all’Iran è certamente un punto di forza, ma può anche dare vita a situazioni pericolose per il potere centrale, grazie all’insistenza del particolarismo, del nazionalismo etnico e dell’irredentismo, per non parlare della possibilità che le potenze straniere nemiche dell’Iran possano approfittare delle divisioni interne per rovesciare lo Stato repubblicano-islamico. 

 

E PLURIBUS UNUM. EX UNO PLURES di Andrew Korybko

Nel contesto della seconda guerra fredda e del dispiegamento dei vari strumenti bellici asimmetrici e non convenzionali nei diversi campi di confronto, il principio del ‘divide et impera’ ha conosciuto rinnovate forme e tentativi di applicazione geostrategica. Nell’articolo qui tradotto l’autore presenta il significato e la rilevanza della strategia di federalizzazione su base identitaria come modello e strumento di perseguimento di un’agenda geopolitica unipolare su scala globale, prendendo in esame alcuni casi empirici di Stati ‘vittimizzati’ da tale forma di guerra ibrida, nonché suoi possibili rovesciamenti in funzione antiunipolare.

 

I CONFINI ARTIFICIALI DEL MONDO ARABO di Enrico Galoppini

I confini degli Stati arabi moderni presentano una varietà di situazioni. Se nel Maghreb essi hanno una loro plausibilità dal punto di vista geografico, storico ed etnico, nel Mashreq siamo di fronte a creazioni del colonialismo occidentale. Questi Stati hanno cercato nel tempo di darsi una legittimità, ma il processo di “costruzione della Nazione” è sovente fallito. Il Panarabismo ed il Panislamismo, nelle loro differenti declinazioni, hanno cercato di dare una risposta all’anelito alla unità di popolazioni che, in maggioranza, condividono il carattere “arabo” ed “islamico”. Il caos scaturito dalla “Primavera araba” fornirà una soluzione?

 

I CONFINI ARTIFICIALI DEGLI STATI AFRICANI di Giovanni Armillotta

Il contributo tratta della genesi storica, geopolitica e diplomatica dei confini degli attuali Stati africani. Esso affronta lo sviluppo e la corsa dei Paesi imperialisti per dividersi l’intera torta continentale nel sec. XIX. Esamina in breve i caratteri dei diversi colonialismi; analizza la politica d’equilibro fra le potenze europee, onde dirimere attraverso trattati bilaterali eventuali contrasti venuti a galla nell’insinuarsi all’interno d’Africa col partire dalle coste. L’articolo prende in esame la creazione di associazioni pseudofilantropiche e l’indizione di tavole al vertice per stabilire giuridicamente le proprie zone da governare. Caso emblematico: la Conferenza del Congo svolta a Berlino fra il 1884 e l’85 e i disaccordi lusitani nell’Africa centro-meridionale. Il saggio termina con alcune riflessioni sulla mancanza del concetto di confine – come noi lo intendiamo – nell’antica tradizione statuale africana.

 

OLTRE IL CONFINE DEL FIUME NISTRO di Stefano Vernole

Da anni si parla del conflitto congelato della Transnistria, una sottile striscia di terra che divide la Repubblica di Moldavia dall’Ucraina. Il conflitto tra Kiev e i secessionisti filorussi del Donbass ha fatto temere a più riprese un allargamento della guerra fino a Tiraspol. Le ultime mosse diplomatiche di Mosca e Bruxelles, tuttavia, sembrano propendere per il mantenimento dello status quo, che sancisce un inedito confine all’interno dell’Europa.

 

BREVE STORIA DEL FRONTE ORIENTALE di Giuseppe Cappelluti

L’Europa orientale è da sempre una terra di confine. Per molti secoli, infatti, la Russia e le potenze occidentali si sono contese il controllo di questa regione, tanto vasta quanto strategica, e la recente crisi ucraina non è che l’ultimo capitolo di questa contesa. Ciò che rende in qualche modo unica l’Europa orientale, però, è la sostanziale omogeneità di molte delle sue popolazioni, divise in termini di civiltà ma simili in quanto ad etnia e cultura; e questo, a sua volta, ha determinato dei confini particolarmente fluidi, non determinati solo dalla politica ma anche dai sentimenti identitari dei suoi abitanti.

 

IL MURO DI GORIZIA di Lorenzo Salimbeni

Rispetto al Muro di Berlino (1961-1989), quello di Gorizia sorse ben prima (1947) e crollò ufficialmente parecchio dopo (2007): per sessant’anni la città di Gorizia fu attraversata da un confine che separava il centro storico dalla periferia orientale, attorno alla quale la Jugoslavia costruì Nova Gorica. L’ambiguo atteggiamento di Tito nel corso della Guerra Fredda fece sì che tale confine risultasse alquanto poroso e l’ingresso della Slovenia nell’Area Schengen nel 2007 consentì definitivamente la libera circolazione fra le due parti del capoluogo isontino. La vicenda del Muro di Gorizia rappresenta altresì la drammatica conclusione del travagliato percorso dell’italianità autoctona e della problematica politica di Roma al confine orientale italiano, di cui non sempre venivano comprese sensibilità e peculiarità.

 

UNA MURAGLIA CONTRO I MIGRANTI di Ermanno Visintainer

Più che ricordarci l’invito evangelico ad accogliere il forestiero bisognoso, l’assedio al quale è attualmente sottoposta la “fortezza Europa” richiama alla nostra immaginazione il dilagare delle genti di Gog e Magog menzionate da Ezechiele, dall’Apocalisse di Giovanni e dalla coranica Sura della Caverna, nonché, si parva licet…, gli scenari apocalittici evocati da poeti e visionari.

 

A DIFESA DEL LIMES di Claudio Mutti

Nel museo archeologico di Aquincum, presso Budapest, è custodita la stele funeraria del legionario parmense Lucio Vario Pudente, veterano della Legio X Gemina. La località di Aquincum, dove il veterano Lucio Vario Pudente morì sessantenne, era diventata sede di una postazione militare nel 49-50, quando l’imperatore Claudio volle rafforzare il limes danubiano al fine di prevenire un’eventuale invasione della Pannonia da parte di Quadi e Marcomanni.

 

HEGEL E I CONFINI di Renato Pallavidini

Hegel non ha nulla a che fare con il Romanticismo, che, nelle sue tarde espressioni postjenensi, teorizza un Volk che s’immedesima con un ben preciso territorio – ad esempio, la mistica del fiume Reno – e con legami di consanguineità. L’esteriorità e la dinamicità conflittuale dei confini fra gli Stati trovano naturalmente la loro fondazione ontologica nella Logica, specificamente nelle prime categorie della Logica dell’essere: il “Sein”, il “Nichts”, il “Werden” e il “Dasein”.

 

 

CONTINENTI

 

ITALIA E AUSTRALIA MEDIE POTENZE: UNA PROSPETTIVA REALISTA di Gabriele Abbondanza

Il XXI° secolo è caratterizzato da un crescente numero di attori che non ricoprono né il ruolo di grande potenza né quello di potenza minore: è questo il caso delle medie potenze. Questo saggio ha come obiettivo quello di offrire un’analisi comparativa di Italia ed Australia in qualità di medie potenze di respiro globale, secondo un’ottica strettamente realista. Le due nazioni mostrano due tendenze opposte nello scacchiere internazionale, la prima in quanto ex grande potenza stabilizzatasi come media potenza, la seconda in quanto potenza regionale che assurge ad un ruolo più ampio. I punti di forza e di debolezza dei due paesi, secondo i parametri del Realismo, sono utili per ampliare il dibattito ed includere anche le dottrine del Liberalismo e del Costruttivismo.

 

DOCUMENTI

LA FESTA DEL DIO TERMINE di Publio Ovidio Nasone

Ovidio, Fasti, II, 639-684. Trad. di C. M. – La festa dei Terminalia, introdotta da Numa in onore di Juppiter Terminus, Interessava in particolar modo i proprietari dei campi ed era destinata a tener viva nella coscienza di tutti l’idea della santità dei confini. Non è escluso che i Terminalia, celebrati il 23 febbraio, avessero rapporto anche col termine dell’anno.

 

EURASIA SPIRITUALIS di Vasile Gherasim

Vasile Gherasim, Eurasia spirituală. Studiu de filosofie comparată, Institutul de Arte Grafice şi Editură “Glasul Bucovinei”, Cernăuţi 1931; trad. it. di C. Mutti. La prima parte di questo saggio è stata pubblicata nel n. 1/2016 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.  

 

IL CONFINE nella concezione geografica di Karl Haushofer

Karl Haushofer, Grenzen in ihrer geographischen und politischen Bedeutung, mit 89 Skizzen. II., neuarbeitete Auflage, Kurt Vowinckel Verlag, Heidelberg-Berlin-Magdeburg 1939, cap. 1 Die Grenze in der geographischen Anschauung, pp. 20-25. Traduzione di Lorenzo Salimbeni.

 

GLI URALI, LA FRONTIERA DEGLI ESPERTI di Jordis von Lohausen

Jordis von Lohausen, Les Empires et la Puissance. La géopolitique aujourd’hui, Le Labyrinthe, Arpajon 1996, pp. 115-116.

 

L’EUROPA FINO AGLI URALI. UN SUICIDIO! di Jean Thiriart

Da: Jean Thiriart, L’Europe jusqu’à l’Oural: un suicide!, “La Nation Européenne”, n. 14, 15 février – 15 mars 1967.

 

 

INTERVISTE

 

INTERVISTA A JEAN THIRIART a cura di Gene H. Hogberg

Il 21 gennaio 1987 un gruppo di giornalisti americani della rivista “The Plain Truth” (California), guidato da Gene H. Hogberg di Pasadena, si recò a Bruxelles per intervistare Jean Thiriart. L’intervista televisiva, della durata di 35 minuti, venne trasmessa da una rete televisiva americana il 7 e l’8 marzo 1987, nel quadro della serie The World Tomorrow. La rivista “The Plain Truth”, pubblicata in 7.000.000 di copie e tradotta in sette lingue, apparteneva ad un gruppo religioso che disponeva di notevoli mezzi finanziari e possedeva una sua università privata, l’Ambassador College, a Pasadena. Due settimane dopo l’intervista televisiva, Gene H. Hogberg, specializzato in politica internazionale, inviò a Jean Thiriart un questionario in quattordici punti, per consentirgli di scrivere un articolo che precisasse i temi toccati nell’intervista di gennaio. Viene qui tradotta la risposta data da Thiriart alla prima domanda di Hogberg.

 

INTERVISTA A DANIELE BUTTURINI a cura di Ali Reza Jalali

Daniele Butturini ha conseguito il dottorato di ricerca in Diritto costituzionale italiano ed europeo presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Verona. Attualmente è ricercatore di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Verona nella quale tiene gli insegnamenti di Diritto pubblico dell’economia, Diritto costituzionale dell’informazione giornalistica e Diritto costituzionale delle emergenze e libertà fondamentali.

 

INTERVISTA A TONI IWOBI a cura di Stefano Vernole

Tony Iwobi, responsabile federale del Dipartimento sicurezza e immigrazione della Lega Nord, arrivò in Italia dalla Nigeria nel 1976. È consigliere comunale a Spirano, in provincia di Bergamo. Nella vita privata dirige un’azienda informatica.

 

 

RECENSIONI

 

Karl Haushofer, Grenzen in ihrer geographischen und politischen Bedeutung (A. Filipuzzi)

Questa recensione di Grenzen apparve nell’Osservatorio bibliografico del periodico “Geopolitica” (a. II, n. 1, 31 gennaio 1940, pp. 35-36).

Paolo Borgognone, L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Zambon editore, 2016 (Aldo Braccio)

 

CONFINI E MURI

Così le minoranze religiose vivono in Iran

Nella piazzetta centrale di Jolfa, quartiere armeno a maggioranza cristiano di Isfahan, alcuni uomini sulla settantina si sono radunati di primo mattino. Seduti sulle panchine e sui muretti, all’ombra del pino per ripararsi dal caldo, parlano del più e del meno. Tutto intorno la vita scorre normale. Le studentesse si incamminano zaino in spalla per l’università di storia dell’arte situata ad un centinaio di metri da lì, i commercianti aprono i loro negozi, gli operai ricominciano i lavori. Gli edifici bassi color terracotta, i sampietrini disseminati sul pavimento stradale e i campanili di fianco alle chiese ricordano alcuni piccoli borghi europei. Eppure siamo in Iran. A ricordarcelo è una donna col velo sul capo che chiama suo figlia in farsi. “Ani! Ani! Vieni qui!”, grida.

Jolfa si è trasformato in un quartiere armeno da quando i sopravvissuti al genocidio del primo Novecento scelsero di raggiungere i loro fratelli che qui vivevamo già da secoli. Poi col tempo questo si è “iranizzato” fino a diventare un luogo di convivenza pacifica tra cristiani e sciiti. Per strada gli uomini passeggiano insieme a braccetto, alcuni tengono in mano il rosario, altri iltasbih, quello islamico senza la croce. E accanto alle moschee sorgono la cattedrale di Vank e le dodici chiese circostanti alle mura del suo immenso cortile. Abbiamo visitato una di queste, quella di Santa Caterina, per conoscere i fedeli che ogni venerdì, giorno di preghiera per tutte le confessioni, vengono a pregare.

Prima di entrare all’interno del luogo di culto il custode ci invita a levare le scarpe. In Oriente molte pratiche islamiche sono diventate essenza stessa del cristianesimo. “Quando due religioni convivono da secoli e si rispettano vengonO condivisi gli usi”, racconta il vecchio uomo che ci apre le porte. Da fuori si sentono canti e applausi. “Oggi è un giorno di festa per la nostra comunità, venite che vi offriamo un thé caldo”.  Il piccolo monastero assomiglia a quello della Cattedrale di Vank, madre di tutti i luoghi di culto cristiani di Jolfa e costruita nel 1655 dagli armeni arrivati dopo la guerra tra l’Impero Safavide e l’Impero Ottomano. Situata a meno di un chilometro  dalla piccola chiesa di Santa Caterina. Un grande campanile domina il cortile e sovrasta la cupola panciuta della chiesa, non molto diversa da quella delle moschee islamiche. All’interno invece le alte pareti con l’arco arrotondato, elemento di persianità, sono interamente decorate con dipinti ad olio. Qui le geometrie orientali si mescolano con l’iconografia biblica. E’ sincretismo positivo.

CRI chiesa KhomeiniCRI altare 2CRI affreschi chiesaCRI chiesa esternoCRI chiesa facciataCRI anziani

Il clero sciita figlio della Rivoluzione Islamica del 1979 non ha smantellato tutto, anzi, ha fatto in modo di tutelare questo mosaico etnico-culturale plurisecolare. Perché in fondo ogni società tradizionali adora il Sacro. Sulla propria Costituzione (art. 13) il governo ha persino sottoscritto di riconoscere la presenza delle tre religioni minoritarie (cristianesimo, ebraismo e zoroastrismo) concedendogli la libertà di culto e altri diritti fondamentali. Così i circa 350mila cristiani che vivono in Iran vengono riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti ad alcune regole, come quella sull’evangelizzazione. Eppure le campane e le croci sono in bella vista, non solo ad Isfahan. A Teheran per esempio nei dintorni del celebre murales con sopra la scritta “down with the USA” stampata su una bandiera americana rivisitata (i teschi hanno sostituito le stelline e i missili le strisce), si assiste ad  uno scorcio inimmaginabile: la parete di un edificio ritrae la Guida Suprema Ruhollah Khomeini, e di fronte sorge la chiesa cattolica armena di San Sarkis. Non è giorno di preghiera ma da fuori si sentono i canti religiosi, è in corso il matrimonio tra una coppia di armeni. Mais Matevosian, vice parroco, ci invita a partecipare, e alla fine della celebrazione ci presenta Padre Arestagal, giovane parroco armeno, che ci concede un’intervista sulla condizione dei cristiani in Iran. “Sono anni, secoli, che viviamo in questo Paese. Siamo iraniani prima di tutto per questo ci sentiamo parte dell’intera società. Con i musulmani il rapporto è buono perché non ostacolano il nostro credo religioso, anzi, il governo stesso ha sottoscritto delle leggi che ci tutelano”, racconta in esclusiva per Gli Occhi della Guerra. Da decenni la stessa comunità cristiana d’Iran elegge i suoi parlamentari al Majlis (il Parlamento), ed è proprio in questa direzione che il presidente Hassan Rohani ha convocato di recente un ministero che gestisce i rapporti tra minoranze religiose e governo.

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Tra questi anche gli ebrei. Perché a differenza da quello che si pensa, escludendo la terra di Israele, quella iraniana rappresenta ancora oggi la comunità ebraica più numerosa dell’intero Medio Oriente. Le origini sono antichissime, si dice che gli ebrei vivono qui da più di 2500 anni, da quando giunsero in Persia liberati da Ciro il Grande, dopo la schiavitù di Babilonia. Nel 2016 se ne contano 30mila, di cui il 50 per cento vive a Teheran, la capitale dalle 11 sinagoghe che ospitano persino le scuole ebraiche. Gli altri invece sono dislocati nelle grandi città come Isfahan e Shiraz, ma anche in alcune più piccole come Yazd, Sanandaj e Hamedan, dove si trova la tomba dei biblici Ester e Mordecai, il luogo di pellegrinaggio più importante per gli ebrei iraniani. Ai tempi dello Scià erano circa 100mila ebrei, poi con la Rivoluzione Islamica del 1979 molti sono scappati non sapendo quali diritti gli sarebbero stati concessi. E invece all’indomani dei sollevamenti popolari, l’Ayatollah Khomeini li dichiarò, al pari degli altri gruppi religiosi, una minoranza protetta e libera di pregare il suo Dio.

La comunità ebraica in Iran dunque è stata riconosciuta ufficialmente da parte del governo, e, come per cristiani e zoroastriani gli è stato assegnato un seggio nel Parlamento, o Majlis. Abbiamo incontrato Samiak Moreh Sedgh, unico deputato di confessione ebraica, eletto per la terza volta consecutiva, all’interno dell’ospedale Dr. Sapir, il più grande dell’Iran, e di cui è direttore generale. Siamo entrati in questa struttura gigantesca al centro di Teheran che ruba l’attenzione dei passanti per la sua grande insegna con la scritta in alfabeto ebraico. La maggior parte dei suoi pazienti e del personale sono musulmani. “Benvenuti in Iran” afferma a gran voce Moreh Sedgh aprendoci la porta del suo ufficio, “ebrei e sciiti difendono insieme la vita, non vi sembrerà vero!”, continua. Ci offre una sigaretta e un caffè prima di cominciare l’intervista: “Vedete questa parete? fotografatela e fatela vedere dalle vostre parti”. Di fianco alla bandiera iraniana posta sopra un’asta, due ritratti degli Ayatollah Khomeini e Khamenei sovrastano un quadro che raffigura Mosé e Aronne. Tutto intorno, tra le mensole, si intravedono oggetti legati alla cultura ebraica: una targa con il candelabro a sette bracci, qualche kippah, la Torah. Samiak Moreh Sedgh è un uomo sulla sessantina, molto carismatico e auto-ironico, dalle occhiaie sul viso traspare una vita dedita al lavoro. Il suo cellulare squilla costantemente. “Quattro giorni alla settimana mi trovate qui all’ospedale, gli altri sono al Majlis, ma amici italiani sono a vostra disposizione”.

Il tema centrale è ovviamente quello dell’integrazione. “Gli ebrei in Iran sono liberi di pregare e vivere dove vogliono, pensate che durante l’Olocausto molti ebrei sono venuti qui per mettersi al riparo dalle persecuzioni. Oggi gli unici problemi che abbiamo sono gli stessi degli iraniani di confessione islamica: il lavoro e la crisi economica mondiale. Siamo una componente attiva di questa nazione, qui non esistono ghetti, siamo mescolati con le altre etnie. Abbiamo un passato comune, prima della Rivoluzione del 1979 molti ebrei che erano contro il regime dello Scià furono sbattuti in carcere, e molti di noi ebrei sono andati a combattere sul fronte nella guerra contro l’Iraq per difendere il Paese. Noi ebrei siamo pronti a difendere di nuovo l’Iran, anche in futuro, se qualcuno vorrà attaccarlo”. Gli domandiamo perché la comunità ebraica viene ignorata dal resto del mondo e come viene considerata dagli ebrei che vivono fuori dall’Iran. “Siamo ebrei, ma pensiamo in persiano, apparteniamo alla nazione iraniana. Per questo siamo diversi dalla maggioranza degli ebrei nel mondo, eppure noi ebrei iraniani, siamo riusciti a convivere per secoli con i musulmani, ci rispettiamo da sempre”. E allora come conciliare le posizioni antisioniste degli Ayatollah con la religione? “La nostra posizione è quella del governo iraniano, il conflitto mediorientale non può essere risolto se non si rispetta l’autodeterminazione dei popoli, in particolare quella dei palestinesi. Non si può parlare di pace – afferma Moreh Sedgh – fin quando non verranno concessi i diritti primordiali al popolo palestinese”. A sentire il deputato iraniano di confessione ebraica verrebbe da dire solo una cosa: antisionismo e antisemitismo non sono affatto sinonimi.

 

a cura di S. Caputo

Così le minoranze religiose vivono in Iran

 

L’eredità dell’Imam Khomeini nella guida dell’Imam Khamenei

Quello che segue è il testo adattato della relazione dell’Hujjatulislam A. Emami in occasione del convegno sull’Imam Khomeini organizzato dal Centro studi Dimore della Sapienza (Roma, 4 giugno 2016)

 

 

Col nome di Dio Clemente e Misericordioso

La Rivoluzione dell’Iran: rivoluzione o riforma?

Quando si asserisce che le riforme, al contrario delle rivoluzioni, avvengono senza violenza e perdite umane, non si afferma qualcosa di preciso.

Se un gruppo di stranieri invade un territorio, vincendo con la forza le popolazioni locali, e in seguito il nuovo governo formato da questo gruppo di immigrati attua delle riforme con le quali milioni di Pellirosse, i veri proprietari di quella terra, vengono uccisi, queste sanguinose riforme non sono forse avvenute nel contesto legale di un ordinamento statuale?

Quindi a volte le riforme possono portare ai più violenti e sanguinosi crimini della storia. In realtà, alcune riforme che avvengono nel contesto di un ordinamento politico sono come colpi di Stato sanguinosi e violenti del governo contro il popolo.

D’altra parte, a volte una rivoluzione porta a un cambiamento radicale ed ampio, senza essere caratterizzata da violenza e perdite umane. La Rivoluzione islamica dell’Iran, nonostante più di ogni altra rivoluzione avesse corso il rischio di diventare violenta, grazie alla guida divina dell’imam Khomeini si rivelò una rivoluzione pacifica.

Le circostanze della vittoria della Rivoluzione islamica dell’Iran

Dall’imamato del profeta Gesù (a) fino all’imamato del Sigillo dei Profeti (s), quasi tutti i governi e le autorità sono stati privi dell’idoneità necessaria a governare.

Dopo il governo del Profeta Muhammad (s), solo per un periodo molto breve governò un individuo capace.

Tranne questi casi, indicibile fu l’oppressione esercitata sulla terra a nome della religione; per esempio, alcuni che si dichiaravano musulmani attaccarono la Famiglia del Profeta (a) ed uccisero il nipote del Profeta a Karbala.

Questi stessi individui che si dichiaravano rappresentanti dell’Islam, attaccarono l’Europa in nome della religione; è probabile che l’Islam puro fosse contrario a questa invasione, ragion per cui furono preliminarmente eliminati i rappresentanti di questo Islam.

Una situazione simile si è verificata anche per il cristianesimo: alcuni uccidevano in nome della religione, disonorandola.

Ciò, dopo il Rinascimento, indusse gli intellettuali dell’epoca dell’Illuminismo a presentare il Medioevo come un periodo del tutto negativo, cosicché molti in Occidente lo considerano ancor oggi come un periodo di tenebre e considerano il governo religioso come il fuoco dell’inferno, mentre il secolarismo è la norma per eccellenza e il paradiso della politica.

È invece necessario distinguere tra l’ordinamento politico giustificato in nome della religione e il governo religioso, così come è necessario distinguere tra governo esercitato in nome dell’uomo e governo esercitato dall’essere umano; non si può affermare che, siccome alcuni individui hanno oppresso, allora nessun altro essere umano è adatto a governare.

Era ormai passato molto tempo dalla prescrizione di Machiavelli, che comunque coincideva col metodo sempre utilizzato dai governanti non investiti da Dio, e che aveva portato a sacrificare la morale in nome della politica.

La prima ondata di secolarismo portò a dividere la politica dalla religione; la seconda separò dalla religione tutte le questioni culturali, economiche e morali (tra cui quella sessuale); la terza ondata porta ora la religione ad essere manovrata dalla politica.

In altre parole: prima la politica era al servizio della religione, in seguito la politica si è separata dalla religione, poi anche gli altri ambiti sono stati separati dalla religione ed infine si sostiene che anche ciò che rimane della religione o non debba esistere o debba essere al servizio della politica.

Prima della Rivoluzione islamica dell’Iran queste tre ondate avevano avuto luogo in Occidente e in parte anche in Oriente.

Il dominio dei mezzi di comunicazione di massa, come la radio, la televisione e i giornali, ha notevolmente contribuito a realizzare questo stato di cose. Anche il nuovo sistema d’istruzione, ossia le scuole secolari, ha contribuito a consolidare queste idee.

Il modernismo, risultato di tutti i cambiamenti avvenuti durante il Rinascimento, ha dispiegato tutto il suo potere industriale e lo ha presentato come il risultato della protesta nei confronti della religione.

Tutto ciò contribuì al libertinismo sessuale, alla corruzione, alla volontà di cancellare i valori religiosi e di sostituirli con quelli satanici, ridenominati “valori umani”.

Molti individui si unirono contro il capitalismo sotto la bandiera del potere socialista; in meno di un secolo, questa forza conquistò metà della popolazione e dei paesi del mondo.

Il popolo iraniano da una parte era oppresso dallo Scià, alleato dell’Occidente, e dall’altro era attratto dal pensiero socialista. Il regime dello Scià, con le possibilità che gli derivavano dalle ricchezze del Paese, era la postazione principale ed il più importante alleato degli Stati Uniti e dell’Occidente in Asia e reprimeva tutte le iniziative che potessero favorire gli interessi dell’Iran e contrastassero con quelli occidentali.

I sapienti sciiti non avevano avuto alcuna esperienza di governo nei secoli precedenti e il regime dello Scià aveva mandato in esilio in altri Paesi la guida stessa della Rivoluzione.

Gli individui importanti e influenti della Rivoluzione erano stati riconosciuti, si trovavano in prigione e venivano torturati; alcuni furono uccisi. Nemmeno il popolo veniva lasciato in pace dal regime dello Scià.

Queste erano le condizioni più difficili in cui potesse avvenire una rivoluzione religiosa islamica, una rivoluzione che peraltro aveva come proprio motto l’indipendenza dai due poli che dominavano il mondo a quel tempo, dichiarando l’indipendenza assoluta nelle decisioni politiche.

Tutti questi ostacoli avrebbero potuto impedire la realizzazione di questo movimento vasto, profondo, pacifico, indipendente, duraturo e basato su valori morali, umani ed etici.

L’Imam Khomeini era uno spirituale, uno gnostico che non aveva appreso le scienze politiche e strategiche in alcuna università.

Egli trascorse quindici anni in esilio, non aveva esperienza pratica di politica, ed era impegnato ad insegnare presso il seminario religioso.

Quale genialità, perspicacia e fede portarono quest’uomo a intraprendere, nelle più difficili circostanze della storia, la più grande rivoluzione della storia dell’umanità e, nonostante la censura esercitata dai mezzi di comunicazione di massa, ad essere una delle più importanti figure del Ventesimo secolo, oggetto di analisi dei più importanti centri di studi strategici? E chi è la figura importante del Ventunesimo secolo?

Egli edificò il popolo, i sapienti e le istituzioni, fece una rivoluzione, amministrò un paese e uno Stato, riuscì a controllare le piccole insurrezioni che avvenivano su incitamento esterno, diresse contro l’Iraq una guerra che, imposta all’Iran, durò otto anni. Egli inoltre aiutò gli strati più bisognosi della popolazione.

L’Imam fece fronte all’ondata migratoria di milioni di Afghani in un periodo di guerra e sanzioni. Riuscì a istruire un movimento come quello di Hezbullah in Libano, fece della rivoluzione un movimento del popolo, includendolo nel sistema della repubblica, nella costituzione e nel sistema elettorale. Dichiarò inoltre che avrebbe appoggiato qualsiasi movimento nel mondo, musulmano o non, che cercasse la libertà.

Questo fenomeno quasi miracoloso fu casuale e spontaneo? Vi fu chi dovette cambiare la sua teoria sulle rivoluzioni quando analizzò la Rivoluzione islamica dell’Iran.

Tutto avvenne in modo sorprendentemente pacifico e con la minima perdita di vite umane.

Un grande architetto progettò l’edificio, con una spesa minima, ma col massimo della magnificenza e solidità. Chi fu costui? Fu il rappresentante dell’Imam del Tempo (aj), il Wali al-Faqih, l’Imam Khomeini.

 

L’Imam Khamenei continua la strada dell’Imam Khomeini

Forse il compito più difficile dell’Imam Khomeini fu quello di educare un uomo che dopo di lui potesse preservare la Rivoluzione in tutta la sua grandezza, che la sviluppasse e fornisse un esempio pratico per le nazioni musulmane e libere.

Quest’uomo ha guidato la rivoluzione per più di tre decenni, in un modo che viene descritto così da Condoleezza Rice: “La guida dell’Iran può neutralizzare con un discorso di un’ora i piani studiati dalle menti migliori, anche se messi in atto da gente esperta che dispone di grandi possibilità economiche per un lungo periodo”.

In un articolo dell’istituto americano Carnegie, l’autore, ostile all’Iran e all’ayatollah Khamenei, così descrive la figura di quest’ultimo: “Forse per le questioni odierne non esiste al mondo una guida migliore dell’ayatollah Khamenei, che tuttavia è rimasto uno sconosciuto”.

Per far comprendere il rango di questa guida ineguagliabile, farò riferimento a un esempio chiaro e reale, che mostri come l’Imam Khamenei ha fatto dell’Iran, già schiavo di alcuni paesi occidentali, un nobile rivale delle superpotenze mondiali.

In primo luogo è necessario precisare che il criterio per valutare la potenza di un paese non si basa in particolare sul potere militare e gli strumenti militari.

In base ai criteri ufficiali di definizione del potere, l’Iran è considerato una potenza regionale. Alla potenza segue di grado una grande potenza e in seguito la superpotenza; ciò in base a criteri realistici, quali la potenza militare e gli strumenti militari a disposizione.

Tuttavia io voglio dimostrare che l’Iran, in base ai criteri decisivi e grazie alla presenza benedetta dell’Imam Khamenei, è la miglior potenza del mondo.

I criteri principali di potenza a cui faccio riferimento sono quelli della perspicacia e della conoscenza, della fede in Dio e nel Giorno del Giudizio, del porsi al servizio del popolo. L’insieme di questi fattori crea una grande potenza.

Nemmeno il metodo per esercitare questo potere è militare. È per questo che anche il miracolo del Profeta dell’Islam fu un libro, non altro. Ciò è presente anche nel metodo utilizzato dall’imam Khamenei: egli ha recentemente fatto riferimento al concetto di jihad maggiore.

Jihad kabir significa sforzo per approfondire le conoscenze in base al Corano e alle scienze veridiche, senza mai andare verso una guerra armata. A tal fine egli ha scritto due lettere ai giovani occidentali.

Oltre alle due lettere che l’imam Khamenei ha scritto ai giovani in Occidente, i progressi realizzati in Iran costituiscono un modello pratico e chiaro per tutte le nazioni e i movimenti.

L’Imam Khamenei ha spronato il progresso scientifico dell’Iran sotto le sanzioni e ciò ha portato l’Iran a una velocità di crescita scientifica undici volte superiore alla media mondiale. Dalla nanotecnologia all’utilizzo pacifico dell’energia nucleare, all’essere vivente mandato nello spazio, e infine all’essere un sostegno per le nazioni e gli stati oppressi del mondo.

L’Imam Khamenei, durante il periodo in cui vigevano le sanzioni, politiche ed economiche, da parte di alcuni stati occidentali, è sempre stato una speranza per gli Stati e i movimenti liberi con la sua politica nobile ed etica, umana e religiosa.

Per dimostrare che la grandezza della guida dell’Imam Khamenei non è una pretesa e per farlo conoscere meglio, propongo un semplice confronto.

 

La differenza tra il destino dell’Ucraina appoggiata dalla Russia e la Siria appoggiata dall’Iran

 

In Ucraina vi era un governo legittimo, scelto dal popolo col voto della maggioranza in elezioni volute dall’ala rivale.

Dopo uno o due anni di governo filorusso, l’ala rivale, su incitamento di alcuni paesi occidentali, diede il via a moti di piazza, riuscendo in breve tempo a far cadere il governo filorusso, in un paese considerato protettorato della Russia. Nonostante la sua potenza e la sua influenza, quest’ultima non riuscì a difendere il governo legittimo e l’Ucraina cadde nelle mani dei rivali occidentali della Russia e nelle mani della Nato.

Tutto questo benché le elezioni avessero dimostrato l’orientamento filorusso della popolazione.

Confrontate ciò con la situazione in Siria: in primo luogo, in Ucraina vi era un rivale, in Siria un nemico temibile ed accanito.

In Ucraina si è ribellata solo una parte della popolazione, incitata da alcuni Stati occidentali, mentre in Siria, oltre ad una minoranza della popolazione, sono stati mandati anche mercenari da paesi stranieri. In terzo luogo, in Ucraina la ribellione fu per lo più non armata, mentre in Siria sono stati messi a disposizione dei terroristi i più sofisticati armamenti.

In Ucraina ad appoggiare il governo legittimo era la Russia, una grande potenza o superpotenza militare, mentre in Siria era l’Iran, che da molti non è considerato una grande potenza, ma solo una potenza regionale (anche se questa opinione, come vedremo, è sbagliata).

La Russia confina con l’Ucraina; quest’ultima ne ha fatto parte per molto tempo. La Siria non confina con l’Iran e nemmeno ne ha mai fatto parte.

I terroristi in Siria in questi cinque anni sono riusciti a conquistare molte zone con atti terroristici e crimini contro l’umanità, ed hanno usato armi chimiche, tutto ciò con l’appoggio di Stati confinanti membri della Nato, di alcuni paesi arabi e alcuni Stati occidentali; se la medesima guerra fosse avvenuta in un altro paese arabo o anche occidentale, quel paese avrebbe fatto la fine dell’Ucraina. Sottoposta ad attacchi di questo tipo, senza dubbio anche l’Ucraina avrebbe ceduto dopo una settimana.

Invece durante questo periodo non solo l’esercito siriano non si è indebolito, ma fa ora parte degli eserciti arabi forti. Inoltre la Siria, invece di imporre restrizioni a causa della guerra civile, si è aperta di più in senso democratico, dialogando con gli oppositori, molti dei quali sono tornati ad essere leali nei confronti del paese.

Secondo voi, quale fattore ha permesso che la Siria non facesse la stessa fine dell’Ucraina in questa guerra per procura, sostenuta da alcuni paesi arabi ed occidentali, nonché dal regime sionista?

Senza dubbio l’appoggio dell’Iran ha avuto il ruolo più influente. E’ stato l’Iran a coinvolgere la Russia nell’appoggio alla resistenza e, durante il periodo in cui la Russia non era ancora intervenuta, è stato grazie all’appoggio dell’esercito e del popolo iraniano che la Siria non si è arresa ed ha ottenuto dei successi.

La stessa cosa è successa anche in Iraq e anche nello Yemen. Sicuramente lo Yemen vincerà e l’Arabia Saudita e i suoi alleati nella regione e in Occidente subiranno una sconfitta.

Senza prendere in considerazione ciò che dicono gli analisti e i mezzi di comunicazione di massa occidentali, dite voi: è più forte l’Iran o la Russia? L’Iran o l’Occidente?

La via per liberare il mondo dall’oppressione consiste nello svegliarsi e rifugiarsi nella resistenza nobile, pacifica, morale e religiosa guidata dall’Imam Khamenei. Questa questione non dipende dall’analisi, dalle congetture e dalla propaganda dei mezzi di comunicazione di massa. Io vi ho parlato degli avvenimenti strategici che sono successi e succedono veramente nel mondo.

Questa guida è il più grande patrimonio dell’umanità nella nostra epoca. Kofi Annan espresse un’opinione molto interessante confrontando l’Imam Khamenei con personaggi come Jacques Chirac e Helmut Kohl.

Infine riporto ciò che disse Putin riguardo all’Imam Khamenei durante una sua visita in Iran. Putin disse che gli era sembrato di aver incontrato Gesù e che era rimasto profondamente colpito dalla sua spiritualità. Queste furono le parole del presidente di un importante Stato del mondo, che si aggiungono a quelle già citate di Condoleezza Rice e dell’articolista dell’Istituto Carnegie.

JAAFARI: “L’IRAQ HA BISOGNO DELL’AIUTO DELL’IRAN E DEL GENERALE SOLEIMANI”

 

Il Ministro degli Esteri iracheno Ibrahim al-Jaafari ha dichiarato che il suo paese necessita dell’aiuto dell’Iran nella lotta contro il terrorismo, rigettando così le accuse sul ruolo della Repubblica Islamica nel paese arabo.

Parlando nel corso di un’intervista esclusiva con la tv libanese “Al-Mayadin” sabato sera, Jafaari ha affermato che gli Stati Uniti non possono imporre il loro punto di vista all’Iraq.

“Esiste un coordinamento tra Russia, Siria, Iran e Iraq. L’Iraq ha bisogno dell’esperienza e delle informazioni fornite da questi paesi” per lottare contro il terrorismo, ha detto il Ministro degli Esteri di Baghdad.

Ibrahim Jaafari ha inoltre rifiutato le accuse e critiche americane rivolte contro il movimento di mobilitazione popolare “Hashd al-Shaabi” in Iraq: “La posizione statunitense rappresenta la volontà degli Stati Uniti e non dell’Iraq. ‘Hashid al-Shaabi’ è parte della volontà nazionale irachena”, ha detto il ministro iracheno, che ha ricordato i numerosi sacrifici compiuti dai membri del movimento popolare per l’Iraq.

Nel corso dell’intervista Jaafari ha elogiato anche il ruolo del generale iraniano Qassem Soleimani, definito uno dei comamdanti di “fiducia” del governo di Baghdad, la cui presenza sul campo di battaglia tra le forze irachene ha attirato l’attenzione internazionale: “Il Generale Soleimani sta operando come consigliere militare del governo iracheno e la sua presenza nel paese è essenziale nella lotta contro l’ISIS”.

 

Fonte: pagina Facebook “Musulmani Sciiti in Italia”

Dal wahabismo di ieri al terrorismo di oggi

 

Quello che segue è il testo della relazione di Ali Reza Jalali, tenuta domenica 12 giugno 2016 presso l’Antica Dimora Sgaravatti (Veggia-Villalunga, Reggio Emilia), nell’alveo della conferenza organizzata dall’associazione culturale “Gli incontri di Sant’Antonino” dal titolo: ISLAM E OCCIDENTE: TENSIONI E SCONTRI ALL’INTERNO DEL MONDO ISLAMICO E DIVERSITÀ DI PROSPETTIVE DEL RAPPORTO CON L’OCCIDENTE

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Le origini del wahabismo e il primo Stato Saudita

Muhammad ibn Abd al-Wahab, nasce nei primi del 1700 nella parte centrale della Penisola araba (Najd). Studioso di formazione hanbalita (da Ahmad ibn-Hanbal, fondatore nell’ottavo secolo d. C. di una prestigiosa scuola dell’Islam sunnita), reinterpreta la corrente hanbalita in senso letteralista, lasciando poco spazio all’interpretazione delle fonti sacre dell’Islam, Corano e ahadith. Al-Wahab critica le innovazioni e l’interpretazione giuridica, e vuole un ritorno alla purezza originaria dell’Islam del VII secolo. La sua dottrina contesta particolarmente le scuole islamiche minoritarie, soprattutto sufi e sciiti, criticando alcuni aspetti, come il culto dei santi e lo studio di materie quali la filosofia e la metafisica, questioni reputate blasfeme e deviazioniste rispetto al puro monoteismo islamico. Al-Wahab però non era nuovo a tali atteggiamenti nel mondo islamico, infatti molti studioso ricollegano la dottrina da lui fondata, il wahabismo appunto, a intellettuali musulmani dei secoli precedenti, come il padre ideologico dei puritani moderni, ovvero Ibn Taimyya, morto a Damasco nel 1328, anch’egli di scuola musulmana sunnita hanbalita.

L’Emirato del Najd, nell’Arabia centrale, fu il Primo Stato Saudita, con capitale Diriya, nei pressi dell’odierna Ryadh. Esso venne proclamato nel 1744 quando Muhammad ibn Abd al-Wahab ed il principe Muhammad ibn Saud (antenato degli attuali regnanti dell’Arabia, ribattezzata proprio per questo “Saudita”, da Saud) crearono un’alleanza per costituire un’entità politica e religiosa allo scopo di ripulire la penisola Arabica da pratiche eretiche e deviazioni dall’ortodossia dell’Islam. Tale alleanza fu la base della manifestazione, non solo a livello teorico-ideologico-religioso, ma anche a livello pratico-politico-giuridico del wahabismo su ampia scala. Pratiche come il pellegrinaggio alle tombe dei santi o altri riti giudicati paganeggianti e oltraggiosi nei confronti del puro monoteismo furono abolite o comunque drasticamente ridotte. Il matrimonio fra il figlio di ibn Saud, Abdul Aziz Ibn Mohammed Ibn Saud, e la figlia del teologo ibn al-Wahab contribuì a suggellare il patto tra le loro famiglie. Per cui il wahabismo ha nella famiglia al-Saud, storicamente, il suo braccio armato secolare.

Dopo molte campagne militari grazie alle quali l’Emirato saudita si espanse, estendendosi notevolmente, ibn Saud morì nel 1765, lasciando la leadership a suo figlio, Abdul Aziz Bin Muhammad. Le forze della famiglia Saud si spinsero fino a prendere il comando degli sciiti nella città santa di Karbala (Iraq meridionale) nel 1801. Qui distrussero mausolei e luoghi sacri degli sciiti, giudicandoli blasfemi e manifestazioni di culti in contrasto con l’Islam puritano. L’espansionismo saudita mise insieme un esercito per portare la regione della Hejaz (Arabia occidentale) sotto il proprio governo. Taif fu la prima città ad essere conquistata, e successivamente caddero le città sante di Mecca e Medina. Queste azioni furono viste come una sfida dalle autorità dell’Impero Ottomano, che aveva esercitato il potere in questa zona sin dal XVI secolo. L’attacco frontale del wahabismo non era quindi diretto solo contro le correnti minoritarie dell’Islam, ma anche contro l’allora massima autorità politica dell’Islam sunnita, il Sultano Ottomano appunto. Non è un caso quindi che il wahabismo non solo volle distruggere i luoghi santi dell’Islam sciita, ma promosse la distruzione anche dei luoghi simbolo dell’Islam in generale, come alcuni edifici costruiti dai musulmani del VII secolo, in palese contraddizione con la pretesa wahabita di ritorno alle origini dell’Islam.

L’epopea del primo Stato saudita si arrestò nel 1818, quando gli Ottomani, tramite il governatore dell’Egitto, Muhammad Ali Pascià, sconfissero in guerra i sauditi e catturarono il sovrano ribelle della Penisola araba, portandolo a Istanbul e condannandolo a morte. Ciò però non mise fine alle gesta della famiglia ibn Saud e del wahabismo.

 

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Il secondo Stato Saudita

Infatti, nel 1824, la famiglia saudita, nuovamente affiancata dai sapienti wahabiti, riconquistò la regione di Ryadh, ricostituendo il disciolto Stato Saudita. Tale seconda esperienza saudita si caratterizzò, rispetto alla precedente, per una minore intensità, sia ideologicamente, in quanto l’intransigenza della prima generazione dei sovrani sauditi venne meno, sia geopoliticamente, in quanto il secondo Stato Saudita aveva una minore estensione territoriale, non comprendendo nei propri insediamenti tutta la fascia costiera del mar Rosso, ma estendendosi solo sull’Arabia centrale e orientale. Inoltre, l’esperienza del secondo Stato saudita dimostrò tutta la sua debolezza per via degli scontri interni tra wahabiti, i quali, dividendosi a loro volta in gruppi più intransigenti e fazioni più moderate, intrapresero delle tremende lotte intestine, che ebbero come risultato finale, verso la fine del XIX secolo, l’estinzione della seconda esperienza istituzionale del wahabismo. In particolare il 24 gennaio del 1891, presso la località di Mulayda (Arabia centro-settentrionale), si consumò la fine di tale esperienza, che però non ebbe alcuna motivazione religiosa, ma molto più laicamente una diatriba sulla tassazione da imporre ai sudditi dell’Emirato Saudita. In pratica alcuni clan, giudicando la tassazione imposta dal sovrano saudita eccessiva, si ribellarono e sconfissero le truppe statali, costringendo la famiglia ibn Saud all’esilio dalla capitale Ryadh.

 

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L’Arabia Saudita contemporanea e il ruolo europeo nel suo consolidamento

La sconfitta di Mulayda nel 1891 non mise la parola fine alle mire saudite nella Penisola araba; anzi, già nel 1902 ripartirono le spedizioni militari per riconquistare le terre perse negli anni precedenti e per tornare a dominare la regione. L’opera espansionistica sauidta-wahabita nel Novecento però non deve essere letta in modo autonomo rispetto agli eventi del Vicino Oriente e del mondo, in quanto la terza ondata di espansionismo saudita-wahabita, che darà poi vita allo Stato contemporaneo dell’Arabia Saudita, si colloca storicamente nel periodo cruciale della prima guerra mondiale e della lotta per il predominio nel Vicino Oriente che si istaura tra l’Impero Ottomano da un lato, e le potenze europee, soprattutto Inghilterra e Francia dall’altro. La Penisola araba infatti, nonostante una presa del governo di Istanbul minore rispetto ad altre zone del mondo arabo, per via della collocazione geografica defilata rispetto alla capitale ottomana, era formalmente sotto il dominio del Sultano di Costantinopoli, soprattutto le zone costiere del mar Rosso, mentre la parte centrale e orientale della Penisola araba erano di fatto influenzate da varie tribù arabe. In ogni caso, la rivolta saudita-wahabita dei primi del Novecento fu ampiamente sfruttata dalle potenze europee, soprattutto da Parigi e Londra, per indebolire l’Impero Ottomano; tale sostegno alla setta saudita-wahabita, una delle scuole più reazionarie del mondo islamico, genitore ideologico dei principali estremismi islamici contemporanei e dei gruppi terroristici come Al Qaida e l’ISIS, divenne esplicito con l’invio di un vero e proprio aiuto militare ai sauditi, i quali, grazie a tale supporto, e grazie al fatto che ormai l’Impero Ottomano stava per disgregarsi, sotto il peso della guerra e delle tensioni interne, riuscirono a conquistare una parte consistente dell’Arabia, creando le basi per istaurare un vero e proprio Stato. Un momento di svolta nella regione fu rappresentato quindi dalla sconfitta e dalla caduta degli Ottomani, e dalla creazione a tavolino di una serie di Stati arabi, sotto il protettorato di inglesi e francesi, tramite i celebri accordi Sykes-Picot del 1916, fatti questi che rinnovarono profondamente la cartina geografica del Medio oriente, con l’imposizione di confini discutibili e la formazioni di Stati che, oggi, sotto il peso ingombrante di un passato problematico, stanno sciogliendosi come neve al sole, con tutti i problemi che vediamo coi nostri occhi.

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E’ chiaro che senza l’ingerenza anglo-francese tutto ciò non sarebbe accaduto, o comunque non nella misura drammatica che vediamo oggi. I Sauditi dal canto loro, in pieno coordinamento con gli inglesi, riuscirono a conquistare progressivamente molte regioni della Penisola araba, ottenendo ampie concessioni e riuscendo alla fine, tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del Novecento, quindi subito dopo la fine della prima guerra mondiale e del riassestamento regionale, a proclamare la nascita del Regno dell’Arabia Saudita, una monarchia teocratica assoluta che ha come sua dottrina ufficiale il wahabismo.

Dalla tutela inglese a quella americana: i Sauditi, Al Qaida, l’ISIS

La scoperta del petrolio (1938, Arabia orientale) e la contemporanea decadenza coloniale inglese, insieme all’ascesa della potenza nordamericana nel mondo e nel Vicino Oriente successivamente agli anni ’40, rendono la situazione dello Stato Saudita-wahabita particolare. In pratica i sauditi, fedelissimi degli inglesi nel Medio oriente, tra gli anni ’40 e ’50 del Novecento vengono traghettati nell’orbita americana. Da questo momento, a parte alcune fasi di tensioni e di problemi nelle relazioni bilaterali, la regola in Medio Oriente è che gli USA agiscono tramite i sauditi per contenere gli Stati considerati avversi nella regione e per ridimensionare soprattutto l’eventuale ingerenza sovietica (siamo entrati nella fase della guerra fredda) in Medio oriente. Per cui, i sauditi, in cambio della protezione militare e diplomatica statunitense, e in cambio della promessa della stabilità istituzionale del Regno saudita-wahabita di Ryadh, mettono soldi (derivanti dalla vendita del petrolio, l’Arabia è il primo produttore e esportatore al mondo) e propaganda ideologica wahabita al servizio degli interessi americani nella regione. Per cui, ogni volta che gli Stati Uniti ritengono che vi sia un pericolo per i loro interessi in Medio Oriente, fanno muovere i soldi e l’ideologia saudita-wahabita come propria avanguardia nel mondo musulmano. Se c’è da finanziare e sostenere i movimenti anti-Nasser in Egitto, si muovono i sauditi. Se c’è da implementare il fondamentalismo religioso, con la scusa della lotta al comunismo ateo e al socialismo laico nei paesi arabi repubblicani e progressisti (Egitto, Siria, Libia, Algeria ecc.), si muovono i sauditi e il loro retroterra ideologico wahabita, invitando puntualmente (e sostenendo tali progetti attraverso ingenti finanziamenti) i giovani del mondo musulmano a imbracciare le armi per la guerra santa contro il nemico di turno degli americani in quell’area.

 

 

E’ ciò che è accaduto in modo clamoroso ad esempio tra gli anni ’70 e ’80 del XX secolo, tra Pakistan e Afghanistan, paesi ancora oggi molto influenzati dal wahabismo e dai sauditi. L’istaurazione del governo comunista a Kabul in Afghanistan negli anni ’70 fu visto con forte sospetto dagli americani che temevano l’espansionismo russo verso sud; proprio per questo gli USA, in stretta collaborazione col governo saudita-wahabita, decisero di formare gruppi militari di ideologia wahabita per sostenere una vasta ribellione anti-governativa in Afghanistan, avendo le proprie basi di addestramento in Pakistan: è la nascita di quello che abbiamo imparato, soprattutto dopo l’11 settembre del 2001, a chiamare Al Qaida, sotto la guida del miliardario saudita Bin Laden, la cui famiglia è una delle più ricche e influenti case nobiliari del regno saudita-wahabita. Questo è solo un esempio dei tanti che potrebbero essere fatti per segnalare la vicinanza tra sauditi-wahabiti e americani nel Novecento.

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Il progetto afghano in particolare andò a buon fine e i russi, grazie all’alleanza USA-sauditi-Al Qaida, nel giro di un decennio dovettero ritirarsi dal paese musulmano, segnando una grande vittoria per gli Stati Uniti e l’internazionale wahabita. Questo modo di operare, visto il successo, fu riproposto anche successivamente, in Cecenia e in Bosnia. Progetto americano, finanziamento e indottrinamento saudita-wahabita. Tale modello di operazioni nel mondo musulmano è stato riproposto recentemente in contesti come la Siria o la Libia, dove fazioni islamiche fortemente radicali, finanziate dall’Arabia saudita e dottrinalmente vicine al wahabismo, hanno portato avanti, di fatto per conto degli Stati Uniti, la sovversione del regime di Gheddafi e la guerra a quello di Assad. Non a caso dal cuore di questi conflitti è nata l’evoluzione di Al Qaida, ovvero l’ISIS. Ma tutto questo, ovvero l’emergere di tale radicalismo religioso che ha portato agli attentati terroristici anche al di fuori del mondo musulmano (vedi i casi recenti di Parigi e Bruxelles) – in quanto creare il radicalismo è facile, ma controllarlo no – non sarebbe potuto mai esistere senza la nascita del movimento wahabita in Arabia nel 1700 e senza il colpevole sostegno dato dagli inglesi prima e dagli americani poi a tale setta violenta e terroristica, incarnata oggi nel regime dell’Arabia Saudita, nemica dei musulmani (in quanto la maggioranza assoluta delle vittime del terrore wahabita sono aderenti a tale religione), dei cristiani e di tutti gli esseri umani liberi del mondo.

IRAN: GRANDE OCCASIONE PER LE IMPRESE UMBRE E ITALIANE

 

Intercettare le enormi potenzialità di sviluppo per le imprese umbre in Iran.

È questo l‘obiettivo che ha spinto Cna Umbria a organizzare il focus sul Paese asiatico che ieri a Perugia, ha visto la straordinaria partecipazione di quasi 200 imprese della regione.

«Secondo gli analisti economici l’abolizione delle sanzioni potrà far crescere l’export italiano verso l’Iran di almeno 3 miliardi di euro in poco tempo rispetto al miliardo e mezzo attuale – ha affermato Roberto Giannangeli, direttore regionale dell’associazione. Ecco perché come Cna Umbria avevamo partecipato con una delegazione alla missione governativa a Teheran dello scorso novembre e stiamo lavorando a un progetto di penetrazione commerciale verso un Paese che rappresenta la terza economia del medio Oriente, con oltre 70milioni di abitanti la cui età media è bassissima (il 50% ha meno di 30 anni, mentre solo il 5% è ultrasessantacinquenne) e che ha un livello di istruzione molto elevato. Il focus di oggi  appresenta uno step importantissimo di questo progetto, sul quale abbiamo ottenuto la collaborazione della Regione Umbria e di altre associazioni di categoria. Sono presenti, tra gli altri, alcuni imprenditori iraniani interessati a stabilire rapporti commerciali con le nostre imprese e che nei giorni scorsi hanno già compiuto visite aziendali mirate. I settori produttivi maggiormente interessati vanno dall’edilizia e restauro all’arredamento d’interni, sia residenziale che turistico, fino alle opere infrastrutturali, alla tecnologia in generale, alla produzione di energie alternative, alla meccanica, ma anche tutto quello che rientra nella definizione di “made in Italy”, dalla moda all’agroalimentare. A questo va aggiunto il turismo verso la nostra regione, tanto che il progetto al quale stiamo lavorando prevede una promozione complessiva dell’Umbria, che comprenda l’arte, i borghi e i paesaggi, ma anche le produzioni di eccellenza del nostro territorio».

A parlare di Iran nel corso dell’iniziativa sono stati il direttore dell’Ice di Teheran, Antonio Martignago, la docente universitaria e giornalista Farian Sabahi, e alcuni imprenditori iraniani. Presenti inoltre Mario De Luca, della Rete estera di Banca Mps, e l’assessore regionale allo sviluppo economico, Fabio Paparelli, mentre i lavori sono stati introdotti da Antonio Franceschini, responsabile nazionale Cna per le politiche di internazionalizzazione.

Per Franceschini «le opportunità date dall’Iran sono estremamente interessanti anche per le Pmi italiane. È però necessario un approccio basato su un’approfondita conoscenza economica e sociale del Paese. Per questo come Cna, dopo aver sviluppato alcune azioni dirette di scouting, abbiamo costruito un percorso informativo/formativo finalizzato a preparare al meglio le imprese interessate a cogliere le occasioni offerte dall’Iran».

Sul fronte bancario intanto si sta lavorando al superamento di alcuni ostacoli tecnici derivanti dal lungo isolamento dell’Iran.

«L’internazionalizzazione d’impresa offre notevoli opportunità al manifatturiero e alle imprese dell’Umbria in generale – ha commentato Mario De Luca, responsabile del Servizio commerciale estero e rete estera di banca Monte dei Paschi di Siena. Il nostro istituto, che in questa regione ha un radicamento profondo, vuole essere partner delle imprese che desiderano cogliere questi vantaggi e sta già supportando le aziende umbre che credono nello sviluppo iraniano. Il ritorno al collegamento swift, per le banche iraniane, consente una semplificazione del sistema dei pagamenti internazionali ed è stato solo il primo passo di un percorso che implica conoscenza dei meccanismi e degli interlocutori. Del resto Banca Mps è stata, nel tempo, tra le poche banche europee a garantire assistenza e continuità operativa alle aziende nell’intermediazione dei flussi finanziari in Iran, interfacciandosi, per conto della clientela, con il Comitato di sicurezza finanziaria».

«Apprezzo il lavoro svolto sin qui – ha dichiarato l’assessore Fabio Paparelli . Ritengo che l’internazionalizzazione delle imprese e del “sistema Umbria” rappresenti una tappa fondamentale per la ripresa dell’economia regionale, che passerà necessariamente dal manifatturiero e dal turismo. Nel corso dei prossimi mesi – ha concluso l’assessore – con il supporto delle associazioni proveremo a organizzare una missione in Iran».

 

http://www.terninrete.it/Notizie-di-Terni/iran-grande-occasione-per-imprese-umbre-348260

Non si ferma l’internazionale del terrore religioso in partenza dall’Italia per combattere in Siria. Il nuovo caso di Tarik

 

Morto in guerra nel Califfato il baby jihadista cresciuto a Milano

Un ragazzo tranquillo, generoso e benvoluto. Cresciuto a Milano grazie a un permesso di soggiorno «per affidamento»: un documento particolare, riservato ai minorenni stranieri rimasti senza genitori, che vengono presi in carico dallo Stato italiano e affidati a comunità di educatori specializzati.

Nel centro cattolico dove ha vissuto da quando era adolescente, Tarik non ha mai creato problemi. Fino a un giorno d’inverno di un anno fa, quando è sparito improvvisamente dall’Italia. Poche settimane dopo, è ricomparso in Siria, con la barba lunga e le armi in spalla. Ora il suo più grande amico, partito da Milano insieme a lui, ha pubblicato su Internet una sua foto che nasconde un messaggio terribile: il bravo ragazzo è diventato un martire del Califfato. Il più giovane jihadista partito dall’Italia per andare a morire in mezzo ai tagliagole del sedicente Stato islamico. Nonostante anni di istruzione e formazione ispirata ai più nobili valori di pace, tolleranza religiosa e amore per il prossimo.

Tarik ha appena 19 anni quando compra il biglietto per il suo ultimo viaggio. Il volo parte da Orio al Serio il 17 gennaio 2015. In aeroporto la polizia, insospettita, controlla i due ragazzi, ma non ha motivo di fermarli: sono entrambi maggiorenni, mai segnalati come integralisti e tantomeno jihadisti, raccontano di voler fare un’innocente vacanza a Istanbul e hanno già acquistato i biglietti per il ritorno. Arrivati in Turchia, invece, partono in autobus verso il confine siriano.

In Italia intanto, dopo dieci giorni di ricerche, un dirigente della comunità Kayros denuncia ai carabinieri la sparizione di Tarik. Scomparsa confermata il 4 febbraio: sull’aereo che rientra a Orio i posti dei due ragazzi sono vuoti. Per circa due mesi non si sa più nulla di loro: un silenzio che coincide con il periodo di addestramento dei giovani jihadisti. I capi di Daesh (l’acronimo arabo del Califfato) li mandano subito a combattere tra Siria e Iraq. Nella primavera di un anno fa Monsef è il primo a ricomparire su Internet: ha un mitra sulle spalle e un coltello alla cintola, al suo fianco si vedono altri guerrieri giovanissimi. Per mesi, il suo profilo diventa un diario di guerra, con immagini raccapriccianti di stragi, teste mozzate, bombe, prigionieri lapidati. E la bandiera nera di Daesh che sventola su devastati paesaggi siriani.

Non è il primo caso di jihadismo made in Italy; uno dei primi fu Giuliano Delnevo, il cittadino italiano, che fu il primo jihadista di casa nostra a morire in Siria nell’estate 2013, combatteva nelle milizie di Al Nusra, il fronte qaedista.

Tarik e il suo amico Monsef invece sono diventati guerrieri di Daesh: lo prova il documento d’identità, pubblicato da loro stessi, con le generalità esatte e il marchio del cosiddetto Stato islamico. Nei giorni delle stragi terroristiche in Francia e Belgio, l’italo-marocchino Monsef rilancia su Internet le immagini di minaccia contro Parigi e Roma: la bandiera nera di Daesh che sventola sul Colosseo, circondato da un esercito di barbuti, e sulla Torre Eiffel, con la scritta in inglese:«Molto presto».

Tarik non usa Internet o forse ha un profilo protetto da un nome di battaglia. Le sue foto vengono però pubblicate dall’amico. Che il 7 aprile scorso gli dedica un ritratto a tutta pagina: Tarik ha due fasce di proiettili da mitra e una pistola nel fodero. Il bravo ragazzo della comunità milanese è diventato un guerriero di Daesh. Ha la barba lunga e alza l’indice della mano destra verso il cielo. Non è un’immagine casuale: è una foto simbolo. La foto ricordo dell’amico morto da martire. Mentre per Monsef la guerra continua.

La morte di Tarik, scoperta da “l’Espresso” su Internet, è stata confermata dalla procura e dalla polizia di Milano, che non possono fornire particolari perché c’è un’inchiesta in corso per terrorismo internazionale.